I commenti di Amazon, ovvero come far scappare i lettori


Da qualche giorno Amazon consente l’inserimento di commenti alle recensioni dei clienti. Questa novità, non scordiamolo, si applica su qualsiasi articolo in vendita, non solo sui libri. 
Trovo che sia una possibilità molto utile per i clienti e penso che l’utilizzo naturale di questa funzionalità sia quello di commentare una recensione per dare ulteriori informazioni, aiuti, suggerimenti, precisazioni. Penso che queste dovrebbero venire prima di tutto da altri clienti che hanno comprato lo stesso prodotto e in generale sono convinto che l’introduzione di questa opportunità nella piattaforma Amazon sia una cosa buona.


Mantenendo il discorso in generale credo che sia possibile anche per chi vende un prodotto, o lo fabbrica, o lo distribuisce, commentare una recensione, magari per precisare qualcosa, ringraziare, offrire supporto, dare informazione. Quando però parliamo di libri, in modo particolare di libri indie, ecco dietro l’angolo il demone irresistibile del rant: la tentazione di rispondere per le rime al recensore.
Ci sono dei grossi problemi nel cadere in questa trappola. Il primo è che, anche nel caso in cui si avesse ragione al 100%, il rischio di essere recepiti come presuntuosi e antipatici è immensamente superiore rispetto a quello di perdere lettori a causa della recensione stessa. Il secondo è che potremmo scambiare una vera recensione per un attacco personale, reagendo malamente e facendo una figura barbina. Ci sono poi tutti i casi in cui la nostra risposta, per quanto ci sembri equilibrata e corretta, potrebbe essere comunque percepita come un’inutile invasione.

Il punto di fondo è che le recensioni non sono affatto dirette agli autori. Se il lettore volesse dirvi qualcosa avrebbe di certo modo di farlo. Non avete forse una pagina sui social? Un blog? Una mail che avete inserito in fondo al libro? Se volessero rivolgersi a voi vi scriverebbero. No, la recensione è diretta agli altri lettori. In linea di massima quindi non sono gli autori a dover rispondere. Persino un semplice “grazie” su una buona recensione potrebbe apparire invadente. La domanda da porsi quindi è, semmai, se esista una qualche occasione in cui ha senso intervenire con un commento a una recensione. 
Ecco di seguito gli esiti del mio ragionare su questo tema.

Quando e come rispondere a una recensione?
  • La recensione contiene una richiesta di informazioni, per esempio dove comprare la copia cartacea, o qualcosa a cui si possa rispondere con un dato asettico. Se nessuno risponde potete farlo voi. In maniera educata, date solo l’informazione richiesta.
  • La recensione vi tira in ballo in maniera esplicita. Questa casistica non comprende le valutazioni sul vostro lavoro. Per esempio “Non capisco come possa aver scritto una cagata così” non deve stimolare la vostra risposta. Invece “Quel posto mi ricorda Portofino, chissà se l’autore si è ispirato a questa città” potrebbe meritare un breve commento.
In tutti gli altri casi consiglio di astenersi da commenti. Meno che mai in questi:
  • La recensione è un chiaro attacco personale. Se è chiaro per voi lo sarà probabilmente anche per gli altri, inutile ogni commento.
  • La recensione è una critica a qualcosa che non ha a che fare con il libro. Anche in questo caso sarà evidente a tutti, quindi perché sottolineare?
  • La recensione ha toni maleducati e offensivi. Potrà sembrare strano ma questo tipo di recensioni sembrano avere un effetto positivo sulle vendite. Ignoratele se non volete rovesciare il risultato.
  • La recensione è contraddittoria (“ho letto questo libro tutto di un fiato, non mi è piaciuto molto”). Fidatevi, anche in questo caso chi la legge arriverà alla vostra stessa conclusione: se ti ha tenuto attaccato alle pagine non può essere tanto male.
  • La recensione contesta parti del libro, ma sbaglia. Questo spesso accade su dettagli storici, tecnici e altre amenità del genere. Anche in questo caso fidatevi di me, non frega niente a nessuno di questa roba e l’effetto finale di una recensione di questo tipo è sostanzialmente positivo: vuol dire che in qualche modo la lettura ha appassionato il recensore se si è dato pena di fare ricerche. Commentare ribadendo che avevate ragione voi è un modo quasi certo per farvi apparire antipatici e pignoli, soprassedete.
  • La recensione è fantasmagorica. Resistete, non ringraziate, non fatelo, godete in silenzio.
Voi che ne pensate? Avete usato i commenti? Siete caduti in qualcuna delle trappole che ho elencato? Avete resistito alla tentazione? Come lettori che cosa pensate?

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Impressioni di lettura: Steamlily di Michael Tangherlini


Di Michael Tangherlini avevo già letto Venus at the mirror e potete consultare le mie impressioni su quel testo nelle pagine di questo blog. È stato quindi con piacere che ho letto questo secondo libro, sia in anteprima direttamente dall’autore, sia ora nella sua versione definitiva.

Anche se in apparenza la protagonista può sembrare la stessa del libro già citato (stesso nome, stessa morfa, carattere volitivo e ribelle) credo che dovremmo pensare a una Lily diversa, quanto meno a una Lily parallela.

L’ambientazione in questo caso è steampunk, il tempo un ottocento ucronico dove si sviluppa tutta l’avventura e in cui i personaggi sono morfi, ovvero animali antropomorfi. I destini di personaggi del tutto immaginari si intrecceranno con quelli di personaggi storici, ma ovviamente con sviluppi diversi da quelli che conosciamo. Prendiamo per buono questo particolare universo, senza farci ulteriori domande (per il momento) e godiamoci la storia, un’avventura con caratteristiche tali da renderla a mio avviso una lettura adatta anche ai ragazzi, sia per la trama, sia per la delicatezza con cui la narrazione si sviluppa.

La cosa che mi affascina in questo caso è proprio l’ambientazione. Un po’ per lo sfondo steampunk che ha sempre un certo fascino, un po’ per l’utilizzo dei morfi che si presta a giocare molto con la fantasia. Se fossi un disegnatore difficilmente resisterei alla tentazione di ispirarmi a questa ambientazione. La trovo insomma assai intrigante.

Se in Venus at the mirror attorno all’essere morfi si sviluppava un interessante intreccio che ci faceva riflettere sulla diversità, in SteamLily essere morfi è invece assolutamente normale, tutti lo sono e quindi questo non rappresenta più un elemento di conflitto. Tuttavia Lily è comunque una diversa, per il rifiuto di adeguarsi ai suoi bigotti contemporanei sia nell’abbigliamento, sia, tanto meno, nel pensiero.

Forse più leggero questo racconto rispetto al primo, ma comunque piacevole da leggere e con qualche finezza e ricercatezza che non è sempre immediato cogliere. In definitiva una bella lettura, molto curata anche negli aspetti puramente editoriali.

Ho contattato Michael e gli ho fatto alcune domande a cui ha voluto gentilmente rispondere, ecco di seguito il risultato.

D. Ciao Michael, parto subito con una domanda difficile, ma come ti è saltato in testa di scrivere? Raccontaci un po’ di te.
R: Ciao Mario! E’ una domanda strana e potrei rigirartela contro.  Scrivo, in un modo o nell’altro, da quando ho circa 8 anni. Ho iniziato sviluppando con mio padre una storiella inventata in occasione di un tema scolastico, ho scribacchiato qualche fetenzia in adolescenza e ora sto cercando di farlo in modo più concreto e oggettivo. Non so dirti il perché lo faccia: ho solo delle idee in testa che voglio mettere per iscritto e condividere.

D. I morfi non sono una novità assoluta ma mi ha colpito molto in Venus at the mirror il modo in cui l’hai sfruttata per mettere in risalto i problemi legati alla diversità. Potevi usare altre modalità per affrontare lo stesso tema, come mai proprio i morfi e perché un tasso?
R: “Perché mi piacciono” può contare come risposta? Sono dei personaggi che disegno molto frequentemente (per usare un eufemismo), e nel farlo ho pensato che avrebbero potuto funzionare bene anche per parlare della diversità nel mondo. In effetti possono agire come una sorta di “amplificatore” della diversità: invece di avere molti gruppi etnici umani diversi, si può attingere alla diversità animale che è sicuramente più ampia.
Per quanto riguarda la seconda domanda… perché sì. Ho sviluppato per motivi del tutto diversi da quelli trattati nel romanzo il personaggio di Lillian anni fa, e quando si è trattato di sceglierne la specie ho semplicemente preso il primo animale che mi passava per la testa. Attorno a casa dei miei, a proposito, di tanto in tanto se ne vedono girare, quindi penso sia stata una scelta abbastanza azzeccata. 

D. In SteamLily immergi i morfi in un mondo steampunk, con un risultato a mio avviso eccellente, si integrano molto bene. Come ti è venuta l’idea, ti sei ispirato a qualcosa in particolare?
R: Grazie mille.  In linea generale, per “SteamLily” l’ispirazione principale  è venuta dal film “Steamboy.” Ho voluto tentare di scrivere qualcosa di steampunk, ma senza esagerare: è la prima volta che mi cimento col tema e con il setting e non mi piaceva l’idea di strafare. Preferivo concentrarmi su altri fattori, come lo scontro fra le due tipologie di tecnologie in uso ai due gruppi di personaggi in gioco (entrambe reali, fra parentesi, anche se una molto meno palese). Il metterci gli stessi personaggi del mio primo romanzo era solo un gioco. Mi sono chiesto cosa avrebbero fatto in contesto diverso et voilà.

D. Un’altra Lily, o meglio, forse la stessa Lily in un altro mondo. Sei molto affezionato a questo personaggio, la ritroveremo ancora?
R: Sto scrivendo il seguito di “Venus at the Mirror,” quindi sì, la si rivedrà. Ma non credo la userò ancora, a meno di non farmi avere altre idee forti riguardo lei e la sua vita: ho altra gente di cui parlare.

D. Come ti sei trovato nel pubblicare in maniera indipendente? Che ci puoi dire di questa esperienza?
R: L’ho trovata per certi versi assai frustrante, e per altri invece molto stimolante. Frustrante perché non posso permettermi un editor, prima di pubblicare, e quindi devo spendere molto tempo a rifinire e rifinire e rifinire prima di rilasciare tutto sul serio perché non mi piace l’idea di mettere in giro qualcosa di meno che perfetto (almeno per me). Un errore che con “Venus at the Mirror” ho commesso e da cui ho imparato più di quel che pensassi. Ma è comunque stimolante perché non solo ti rende totalmente responsabile (nel bene e nel male) di ciò che fai, ma perché ti consente anche un maggior confronto anche con altri autori e con il pubblico, cosa sempre positiva.

D. Ti va di consigliarci un libro che hai letto di recente e ti ha colpito?
R: Attualmente sto leggendo “New York” di Edward Rutherfurd. E’ piuttosto anomalo per me, che in genere non amo la fiction storica e preferisco cose più immaginifiche, ma lo sto apprezzando moltissimo per gli insegnamenti e le nozioni che riesce a impartire con una certa leggerezza, semplicemente passando attraverso le vite dei tanti personaggi in gioco. Lo consiglio, davvero.

D. Per chiudere una domanda tradizionale per noi indie. Vuoi rispondere a una domanda che non ti ho fatto?
R: Be’, ammetto di non essermi mai “posto una domanda” da solo, quindi… direi di no, le tue sono state domande molto stimolanti, e ti ringrazio del tempo e della tua considerazione. 


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Pagine Sporche: Impressioni di lettura: “Piccoli Sogni” di Marco Perino


A cosa servono i libri? Vi siete mai posti questa domanda? Probabilmente sì, e vi sarete anche dati molte risposte, perché ci sono davvero mille motivi per scrivere un libro, alcuni all’apparenza più nobili, altri decisamente più materiali.

Si può scrivere per vendere, costruendo un prodotto, oppure si può scrivere perché si sente il bisogno di dire qualcosa, magari di banale, qualche volta di importante. Si può scrivere per divertire, per il desiderio di raccontare, per mandare un messaggio, o anche, perché no, senza un motivo particolare.

Spesso quando leggiamo un libro, non ci poniamo questo problema e, semplicemente, ce lo godiamo. Quando arriviamo alla fine, a volte, percepiamo quale era il fine dell’autore, magari solo inconsciamente. Ci sono libri che ci fanno riflettere, libri che ci divertono soltanto e, infine, libri che cambiano qualcosa dentro di noi.

Questo libro, nel mio caso, non solo mi ha fatto riflettere, più e più volte durante la lettura, ma temo, o forse spero, che abbia anche cambiato qualcosa dentro di me. Tanto per cominciare ora sono in grado di capire il significato dell’immagine di copertina e di provare una piccola fitta di nostalgia e invidia per ciò che ormai, almeno per me, non può più essere. Ma è solo un attimo, perché in fondo quella linea rossa non è mai stata tra i miei sogni. Perché è di sogni che parla questo libro, e lo fa nella maniera più immediata: aprendo rapide finestre sulla vita dell’autore e dei suoi piccoli e grandi sogni.

Il libro, ve lo devo dire per amore di cronaca, nonostante appaia curato, non è immune dai difetti cui spesso noi autori indie siamo soggetti. Sapete di che parlo: refusi, forse qualche piccolo errore, frasi a volte un po’ fuori dai canoni classici. Niente di drammatico intendiamoci, sono cose che capitano quando ci si cimenta nell’impresa di trasformare in carta ciò che si ha dentro e, comunque, già dopo qualche decina di pagine non ci si fa più caso, presi dal gusto della lettura. Così almeno è stato per me.

Quando ho finito il libro, ed ho impiegato una sola giornata, mi sono fermato a riflettere su quello che avevo letto, chiedendomi se durante la mia vita avevo fatto abbastanza per realizzare i miei piccoli sogni. Mi è venuta allora in mente una frase che qualche anno fa un amico disse a mia moglie, sentendo che non le piaceva il suo lavoro, che avrebbe preferito fare altro: perché non lo fai?. Una frase che lì per lì mi sembrò assurda, ma che con il passare del tempo devo riconoscere fosse fin troppo giusta. Questo libro in fondo dice la stessa cosa: se hai un sogno cerca di realizzarlo, perché molto spesso quello che ci sembra impossibile non lo è affatto e in ogni caso averci provato ci avrà resi migliori e privi di rimpianti.

Io credo che valga la pena leggere questo libro, per me è stata una bella esperienza, non posso quindi che consigliarvelo. Buona vita a tutti, e buoni sogni.

Pagine Sporche: Gratis è bello? Il costo degli e-book e la loro qualità


Da lettore ho sempre pensato che i libri costassero troppo. Questo principalmente perché il volume di libri che consumo, pur non enorme, è sempre stato tale da rendere piuttosto costosa questa mia passione.

Poi sono arrivati i negozi online, di cui sono stato naturalmente uno dei primi clienti. Tra offerte, sconti e campagne, il costo medio dei libri da me acquistati è drasticamente sceso.  E quando dico sceso intendo più che dimezzato. L’ultimo anno in cui ho comprato libri di carta con una certa persistenza è stato probabilmente il 2011. Se ci penso mi sembra un secolo fa, eppure sono passati solo tre anni.

Nel 2011 il mio negozio preferito per acquistare libri, rigorosamente di carta, era IBS. Spulciando la posta ho trovato una specie di riepilogo di spesa dell’epoca. Vi è scritto come dal primo di gennaio al 19 settembre di quell’anno il totale dei miei acquisti sul sito IBS assommasse a circa 126 euro. Considerando il prezzo medio dei libri che compravo, intorno a 5-6 euro, posso ipotizzare che si trattasse di qualcosa intorno a 20 libri. Che non era neanche male come spesa media. Naturalmente non erano gli unici libri che compravo, molti altri arrivavano in regalo o li prendevo dalle librerie “fisiche“, anche se raramente, per il prezzo non concorrenziale.

Quindi, a settembre 2011, sono entrato nel mondo degli e-book. Non è difficile indovinare che la cosa ha coinciso con l’acquisto del mio Kindle, che ancora uso con soddisfazione. L’impatto sul volume e sul costo dei miei acquisti è stato drammatico. Nel 2012 i miei acquisti su IBS hanno sommato zero. Al contrario quelli su Amazon sono decollati. Già solo nei tre mesi del 2011 in cui ho utilizzato il Kindle i libri comprati sono stati 11 e quelli scaricati gratuitamente tramite le offerte Amazon sono stati 21. La cifra spesa per gli 11 libri che ho pagato ha sommato 22.97 euro, per una media di circa 2.08 euro per ogni libro. Molti dei libri gratuiti erano classici, ma alcuni erano volumi che avrei comunque comprato pagandoli, quindi il prezzo medio reale da calcolare dovrebbe anche essere minore. A questo calo notevole della spesa media per libro non ha fatto però riscontro un calo altrettanto drastico della spesa totale per anno. In pratica ho semplicemente comprato (e letto) molti più libri, spendendo alla fine solo qualcosa in meno di quanto avevo speso negli anni precedenti.

Già in questi primi quattro mesi del 2014 ho acquistato quarantaquattro e-book, con un prezzo medio inferiore ai due euro. Più del doppio di quanti sia stato in grado di leggerne nel frattempo: una ventina. Va però considerato che i prezzi dei libri che compro sono più bassi di quelli che di solito svettano in testa alle classifiche, a causa della mia predilezione per gli autori indie. Non vi dico neanche quanti libri gratuiti ho scaricato: il meccanismo pensato da Amazon per gli autori fa in modo che la gran parte degli autori indipendenti prima o poi rendano disponibili i propri titoli gratuitamente, e se si presta attenzione nell’arco di un anno si possono accumulare centinaia di titoli.

E qui viene spontanea la domanda: non è che siamo arrivati a un punto in cui i libri costano troppo poco?

Per rispondere dobbiamo prima capire che nel mercato degli e-book al momento ci sono almeno tre diverse tipologie di prodotto:

  • libri venduti da case editrici con target di prezzo alto (superiore ai sei euro)
  • libri venduti da case editrici con target di prezzo medio (inferiore ai sei euro)
  • libri di autori indipendenti (prezzi molto variabili ma per lo più inferiori a tre euro, e promozioni gratuite periodiche)

Non voglio andare troppo a fondo sul discorso della qualità, ma mi limito a dire che nella tipologia di prodotto indie c’è sicuramente una grande variabilità nella qualità dei libri che vi sono inclusi. Troviamo cose inguardabili, ma anche sorprese positive. 

Abbiamo dunque un’offerta continua di libri gratis o quasi da parte degli autori indipendenti, di qualità poco prevedibile e un’offerta di qualità più omogenea, con fasce di prezzo più elevate, da parte degli editori più o meno tradizionali. Il mercato è più complesso e variegato, ma datemi licenza di limitarmi a questa suddivisione molto approssimativa.

Alla luce di questo dunque, i libri digitali, costano troppo poco o troppo?

Per quanto mi riguarda tendo a considerare quelli del primo gruppo un po’ troppo cari, al punto da non comprarne se non per eccezione, e molto raramente. Sinceramente non ho voglia di spendere dieci euro per un e-book, qualsiasi sia. Su quelli del secondo gruppo sono comunque molto selettivo, scegliendo con cura cosa comprare e dando sempre un’occhio al prezzo. Spesso approfitto delle offerte di Amazon, che raramente superano i tre euro e molto spesso si attestano intorno a due.

Il terzo gruppo infine, quello degli indie, forse costa troppo poco.

Sono in particolare le campagne gratuite a farmelo dire, nonché l’abitudine di molti autori di utilizzare il prezzo di 99 centesimi come base anche per volumi di centinaia di pagine. Ci sono due effetti deleteri a mio avviso che vengono generati con questa pratica.

Il primo è l’enorme accumulo di libri che non verranno mai letti. Mi rendo conto che è gratificante per un autore vedere dei bei numeroni nelle statistiche dei download o delle vendite, e lo dico essendoci passato, tuttavia dobbiamo essere consapevoli che la grande parte di quei download e persino molti di quegli acquisti non si convertiranno mai in una lettura. E se non vi leggono, è tutto inutile.

Io stesso ho nella mia libreria virtuale centinaia di volumi scaricati gratuitamente o comprati per meno di un euro, e ne ho letta una minima parte. La percentuale dei libri acquistati a prezzi superiori che ho già letto è invece molto superiore, e tende ad aumentare sempre.

I motivi per cui questo accade mi sembrano talmente chiari da non richiedere spiegazioni.

Dico solo che per molte persone la risorsa più preziosa, parlando di lettura, è il tempo. Dunque il prezzo, pur essendo un elemento di valutazione per l’acquisto, è sempre in secondo piano rispetto all’esigenza di evitare l’acquisto e la lettura di qualcosa che non ci piace.

Il secondo effetto deleterio creato dal prezzo basso o nullo è legato alla percezione. I lettori ormai hanno imparato la lezione: un titolo è in top 10 con un prezzo irrisorio non viene considerato alla stessa stregua di uno che magari arranca qualche posizione più indietro ma con un prezzo pieno. Giusta o sbagliata che sia, la percezione dei lettori è tale da associare il prezzo basso alla scarsa qualità. Il passaggio di questa etichetta dal libro all’autore è purtroppo molto breve e più o meno inevitabile.

Questo naturalmente non significa che i libri indie non debbano essere venduti a 99 centesimi o dati via persino gratis. Ma questo deve essere fatto con intenzione, per supportare un’attività di marketing, una campagna temporanea, per far conoscere un brano, magari su un solo titolo dell’autore che funga da assaggio, da ambasciatore dello stesso presso i lettori.

Non credo di essere in errore pensandola così. Immagino un futuro prossimo in cui la fascia di prezzo più alta si abbasserà un po’, quella intermedia rimarrà più o meno dove sta, e quella inferiore, dove sono collocati principalmente indie e classici, vedrà molti autori ricollocare il proprio prezzo andando quasi a toccare la fascia mediana.

Tra un anno o due ci torniamo per vedere se ci sono andato vicino.

 

Pagine Sporche: I travagli dell’autore


Mi è capitato spesso leggendo un libro di riflettere su come le disgrazie dell’autore spesso producano dei veri e propri capolavori. È come se per scrivere qualcosa di grande ci fosse bisogno di soffrire. Mi sono sempre chiesto se è una condizione necessaria, sufficiente, o entrambe. 

Probabilmente non è una condizione necessaria. Ci sono tanti grandi autori dalla vita felice e priva di grandi travagli, quindi possiamo dire che soffrire non è un elemento indispensabile dello scrivere bene.

In questi giorni ho visto, sulla mia pelle, che non è nemmeno una condizione sufficiente. Infatti nonostante una serie di piccoli e grandi guai in cui sono incorso in quest’ultimo periodo, non solo il livello qualitativo dei miei scritti non si è elevato, ma piuttosto è cessata del tutto o quasi la voglia di scrivere con costanza e dedizione. D’altra parte questo ha senso. Quando nella vita si affrontano guai e grattacapi sia il tempo che l’umore tendono a calare.

Quindi, essere supremo che diffondi la sfiga, sia tu un Dio o il caos primordiale, puoi cessare di inviarmene in quantità, ho fatto la prova e non mi sono trasformato in Foscolo. Grazie per l’aiuto, ma basta.

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