Impressioni di lettura: Uova Fatali – Cuore di cane di Mikhail Bulgakov


Rileggere, un’attività che mi sta dando più soddisfazione di quanto ritenessi possibile. Prima di tutto perché le mie letture giovanili non erano niente male e affrontarle di nuovo non poteva che essere divertente. In secondo luogo perché riprendere in mano un libro che si è letto così tanto tempo prima ci offre spesso la sorpresa di scoprire, o riscoprire, autori e testi. Infine, perché la persona che sono oggi è diversa da quella che ero ieri, se non altro per il bagaglio di esperienza che mi porto sulle spalle. Ecco dunque che di riletture ne vedrete parecchie quest’anno.


Questi due racconti di Bulgakov continuano a piacermi. Ognuno di noi penso sia influenzato da qualche cosa che abbiamo fatto, dalle letture, dalle esperienze. Fromm per esempio ha influenzato sicuramente alcuni aspetti del mio modo di vedere l’amore e la vita. Bulgakov credo che abbia una qualche influenza sul mio senso dello humor.

Non mi stupisco quindi di trovare sempre divertenti Uova fatali e Cuore di cane. Ci sono i componenti che adoro. La presa per i fondelli del mondo reale, della politica, di quei personaggi che prosperano in certi ambienti. L’ironizzare dei tic, dei difetti e persino dei pregi dei suoi contemporanei – e forse anche dei suoi. Il paradosso, l’invenzione fantastica (forse fantascientifica per almeno il secondo racconto), che serve solo per creare un’ambientazione divertente e al tempo stesso adatta agli scopi dello scrittore.


Certo ci sono cose da capire. Bisogna grattare un po’, anche se in fondo la lettura sarebbe divertente anche rimanendo superficiali e poco curiosi. Ma il massimo si ottiene andando a fare qualche ricerca. Scoprire come funzionava la società in cui i racconti sono ambientati è certo un fattore che migliora la godibilità del testo. Si può capire allora quanto graffiante sia questo scherzo. Quanto poco gradito potesse essere a chi veniva preso di mira.


Letture veloci, se volete, oppure più lente, curiosando dove si deve, quando si sente il bisogno. In ogni caso grandi letture di piccoli testi. E quando accade l’autore è più grande ancora.

Impressioni di lettura: “Buona Apocalisse a tutti” di Neil Gaiman e Terry Pratchett


Quando ho chiuso questo libro, dopo aver letto l’ultima pagina, il primo pensiero che mi ha colto è stato più o meno questo: ma quanto si sono divertiti quei due a scriverlo?

Credo che la risposta sia: “parecchissimo assai di più”, come direbbe uno che di risate ne ha bazzicate assaissimo. E questo lo si percepisce in ogni pagina, specialmente se si prova a rileggere, in quella fase dove l’ansia di srotolare la trama non è più padrona dei nostri sensi e la mente può dedicarsi all’esame delle delizie che sono disseminate sul cammino.

Mi piace questo libro, è divertente, pieno di ironia, e quindi di Pratchett, ma anche intessuto di miti e fantasia, e quindi di Gaiman. E i personaggi, oh maledizione come fare a non amarli? Come non trovare Crowley irresistibile, simpatico, come non immedesimarsi nei suoi panni di impiegato a suo modo brillante, in fondo fedele, ma che segue le sue strade per arrivare ai risultati, per soddisfare i suoi superiori e nonostante loro? Un impiegato infernale si intende.

A suo modo anche Azraphel fa il suo lavoro, e con qualche fatica a volte cerca di farlo nonostante non sia affatto convinto, o di non farlo se anche quel briciolo di convinzione viene meno. Il suo affetto per il povero Adamo e la sua discendenza è commovente, poco angelico forse, ma commovente. Il suo impaccio, è quello di noi tutti quando ci facciamo un scrupolo e rischiando di fare la figura degli stupidi continuiamo a rispettare le regole.

Ma sono tutti un po’ speciali, tutti particolari, tutti dipinti a colori feroci. Persino l’anticristo, persino il suo cane. Un po’ lontano soltanto il principale, un Dio che sembra assente, passivo, lasco, raggirabile. Salvo poi arrivare in fondo e trovarsi a pensare che magari era tutto già deciso e non poteva andare diversamente. Perché si sa, le pedine non si rendono certo conto di esserlo.

O forse no, forse non ci sono pedine.  In fondo lui ama il libero arbitrio.


Un libro speciale che unisce due anime diversamente divertenti, da leggere e far leggere.

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Pagine Sporche: Impressioni di lettura: “Il prossimo best seller, quasi un giallo” di Antonella Sacco


Come forse avete notato ho deciso di cambiare il titolo di questi articoli sostituendo il termine recensione con quello di “Impressioni di lettura”. 


Questo perché ritengo esprima con maggiore chiarezza quello che sono questi miei brevi articoli che riguardano i libri che man mano mi capita di leggere. Io non sono un critico letterario, non sono neanche un letterato, e neppure uno scrittore, sono piuttosto una persona che ama i libri, leggerli e si diverte a scrivere qualcosa di tanto in tanto. 


Non ho velleità di critico e mi limito a raccontarvi che cosa mi passa per la testa dopo che ho letto un libro, da semplice essere umano.

“Il prossimo best seller, quasi un giallo” è un racconto molto lungo, o un romanzo breve, insomma, sono una sessantina di pagine da leggere, e questo lo dico solo per far capire che è qualcosa che si legge velocemente. Non dirò molto della storia, perché non voglio rovinare a nessuno il gusto di scoprire dove vada a parare; leggetevi la sinossi e avrete un’idea dello spunto da cui parte l’autrice.

Dirò invece che è una lettura divertente, in particolare per chi, come me, abbia mai scritto qualcosa, o conosca anche di striscio il mondo dell’editoria, mondo che Antonella prende (non troppo) velatamente per i fondelli, insieme a una certa tipologia di autori. Se fosse un brano musicare questo racconto sarebbe il K522 di Mozart. Non manca comunque una vena di giallo e di satira politica.

Riassumendo, lettura veloce e divertente, con un pizzico di giallo, un po’ di satira e un finale che è la tipica ciliegina sulla torta.

Pagine Sporche: I travagli dell’autore


Mi è capitato spesso leggendo un libro di riflettere su come le disgrazie dell’autore spesso producano dei veri e propri capolavori. È come se per scrivere qualcosa di grande ci fosse bisogno di soffrire. Mi sono sempre chiesto se è una condizione necessaria, sufficiente, o entrambe. 

Probabilmente non è una condizione necessaria. Ci sono tanti grandi autori dalla vita felice e priva di grandi travagli, quindi possiamo dire che soffrire non è un elemento indispensabile dello scrivere bene.

In questi giorni ho visto, sulla mia pelle, che non è nemmeno una condizione sufficiente. Infatti nonostante una serie di piccoli e grandi guai in cui sono incorso in quest’ultimo periodo, non solo il livello qualitativo dei miei scritti non si è elevato, ma piuttosto è cessata del tutto o quasi la voglia di scrivere con costanza e dedizione. D’altra parte questo ha senso. Quando nella vita si affrontano guai e grattacapi sia il tempo che l’umore tendono a calare.

Quindi, essere supremo che diffondi la sfiga, sia tu un Dio o il caos primordiale, puoi cessare di inviarmene in quantità, ho fatto la prova e non mi sono trasformato in Foscolo. Grazie per l’aiuto, ma basta.

Pagine Sporche: Poi arriva un Maradona


Il Grande Autore se ne sta chiuso nella sua stanzetta, concentrato sul suo lavoro, tutto preso a forgiare con amore e attenzione il suo scritto. Lo rimugina, lo modifica, lo rielabora, più e più volte, alla ricerca della perfezione.

Soppesa ogni parola, l’equilibrio della frase, la precisione della punteggiatura. Ha una perfetta padronanza della lingua, ne conosce perfettamente la sintassi, le perverse eccezioni, ogni antica e quasi dimenticata regola. Quando legge gli scritti di altri, soffre, perché non solo non sopporta gli errori, ma non perdona neanche i piccoli refusi, le imperfezioni stilistiche, le concessioni al linguaggio di tutti i giorni.

Soffre e disprezza.

Non comprende chi si cimenta nella nobilissima arte della scrittura senza le necessarie capacità tecniche. Senza le conoscenze basilari e inderogabili della lingua. Ignoranti arroganti che si improvvisano autori, producendo risibili scritti che altro non fanno che infangare la categoria. Rimpiange i bei tempi in cui era impossibile pubblicare qualcosa senza essere passati per una lunga gavetta, benignamente tartassati da editori che guardavano alla qualità del prodotto piuttosto che al guadagno.

Soppesa il suo lavoro con soddisfazione. È un’opera degna, di tutt’altra natura rispetto alla paccottiglia sfornata a getto continuo dalla marmaglia degli autori amatoriali. Sente che sarà apprezzata, perché tecnicamente perfetta, strutturata con grande abilità, permeata di cultura e poggiata su solide basi letterarie.

Poi arriva un Maradona, uno che non sa perché la palla rimbalzi, o quale sia la legge che gli permette di seguire una certa traiettoria, o come si chiamino i muscoli della coscia. Arriva un Maradona che senza alcuno sforzo, senza pensare, senza sapere, senza ragionare, colpisce la palla e la manda laggiù, nell’angolino alto della porta, mentre il portiere vola dall’altra parte.

Poi arriva un tizio, uno che scrive così come Maradona giocava a calcio, e il Grande Autore, disperato, schiatta.

 

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