Impressioni di lettura: “Arma infero” di Fabio Carta


Anche quando non si scrivono vere e proprie recensioni, anche quando si riconosce con sincerità di non avere lo spessore per poter fare la critica dell’altrui letteratura, come nel mio caso, capita di fare fatica quando arriva il momento di mettere nero su bianco cosa si è provato leggendo un testo, come lo si è percepito e in qualche modo giudicato.

Questa per me è una di quelle volte. Il problema non è tanto dare una valutazione positiva o negativa. Se il libro non mi fosse piaciuto affatto sarebbe facile spiegarlo. Allo stesso modo se mi avesse entusiasmato non avrei avuto problemi a descrivere quello che ho provato.

In questo caso però la lunga lettura del romanzo (circa settecento pagine) ha suscitato in me sentimenti contrastanti. Diventa dunque arduo raccontare quello che penso in maniera pulita e lineare. Ma via, proviamoci.

Non vi farò una descrizione dettagliata della storia, solo qualche accenno per capire in che tipo di struttura narrativa e contesto siamo immersi.

Ci troviamo direi nel futuro, su un lontano pianeta, Muareb, piuttosto ostile e comunque adatto alla vita umana con qualche accortezza. Gli uomini che vi vivono sono discendenti di colonizzatori e in qualche modo decaduti, con una commistione di tecnologie antiche e moderne, le ultime in qualche modo meno progredite delle prime. In ogni caso, pur se la società che ospita la narrazione risulta organizzata in schemi sociali che potrei definire medioevali, con molte parti e fazioni, ci sono altre numerose differenze che la rendono più moderna e variabile.

La storia è tutta vista, anzi raccontata, da uno dei protagonisti, Karan, ormai anziano.
Non voglio descrivere tutti gli altri personaggi e l’evoluzione personale che viene narrata. Provo a concentrarmi invece sulle mie sensazioni. Partendo dagli aspetti che ho percepiti come negativi.

Una costante che si mantiene nell’arco di tutta la lettura è l’estrema ricchezza di dettagli, descrizioni, spiegazioni tecniche e pseudo tecniche che pervade il romanzo dall’inizio alla fine (con maggiore accanimento, devo dire, nelle parti iniziali). Lo vedo come aspetto negativo, ma capitemi bene, sono descrizioni e dettagli anche piacevoli da leggere, elaborati, pensati, probabilmente coerenti nel lungo corso del racconto (non sono in grado vista l’enorme mole di dati di avere la certezza di questa coerenza ma ho la netta impressione che vi sia stato un grosso lavoro di costruzione, definizione e raffinamento).
Il tratto negativo a mio avviso viene dalla quantità e dalla frequenza. Ed è personale, mio, magari ad altri questo stile può piacere molto, penso ai lettori di fantascienza hard, anche se non proprio di questo si tratta. Tuttavia temo che la gran parte delle persone possano essere soverchiate, forse annoiate, da tanta abbondanza.

Nonostante il racconto abbia la caratteristica di una saga, un’avventura, anche con azioni movimentate, scontri, intrighi e interazioni drammatiche tra i personaggi, l’impressione che si ha leggendolo, per la maggior parte del tempo, è che non succeda davvero molto. La cosa come ho detto è più pesante per almeno un paio di cento pagine iniziali. Anche quando arrivano gli avvenimenti più concitati, il narrato tende a dilagare, con inserimenti di descrizioni e spiegazioni anche nel pieno dell’azione.

D’altra parte, ho apprezzato lo stile aulico dei dialoghi, che rende bene il distacco dei tempi storici dai nostri e ci immerge in un mondo di rapporti complessi, basati su onore e riti, su tradizioni, scienza e mito. Le stesse lunghe descrizioni che ho qui sopra criticato, sono comunque ben fatte, aprono un complesso mondo ai nostri occhi, spaziano sulle società del pianeta, sulla sua storia, sulla sua tecnologia e vi distribuiscono indizi e misteri.

L’idea generale, la trama, è intrigante e in qualche modo è riuscita a suscitare in me abbastanza interesse da superare il disagio di questa lunga lettura, salvo poi assaporare la delusione del coito interrotto, visto che si parla del primo romanzo di una serie e di conseguenza non abbiamo una vera conclusione e rimaniamo appesi.

Ho quindi la stranissima sensazione di voler sapere come va a finire, di vedere come prosegue la storia, e al tempo stesso il rigetto di leggere un altro tomo di questa portata, se non più di uno, per arrivare allo scopo.

I personaggi sono interessanti e secondo me ben resi. La pomposità del romanzo è in fondo frutto e risultato del carattere di chi lo racconta, Karan. Nel libro è proprio lui forse il personaggio meglio definito, insieme a Lakon, le cui origini rimangono misteriose per tutto il libro e ad alcuni dei collaterali, specialmente il maestro di Karan e i compagni cavalieri dei calanchi. 
Per concludere questo è un libro che vi porta in un elaborato mondo creato dall’autore e ve lo descrive con accuratezza e in maniera piuttosto vivida, sia dal punto di vista fisico che sociale. La storia è interessante e i personaggi ben caratterizzati. Purtroppo ci sono continui eccessi nel trasmettere informazioni e nel voler descrivere e spiegare, che rendono meno godibile il romanzo.

Il mio consiglio ai potenziali lettori è quello di scaricare l’estratto, assaggiare stile e modalità narrative e decidere in base al gradimento se procedere con l’acquisto e la lettura.

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