Impressioni di lettura: “Anna” di Niccolò Ammaniti


Premessa, a me i libri di Niccolò Ammaniti sono piaciuti tutti, e qui forse potreste anche smettere di leggere. 
Di conseguenza quando ne esce uno nuovo lo leggo sempre volentieri, con la curiosità di vedere cosa ci ha preparato. E ogni volta c’è sempre qualche piccola sorpresa.

Questa volta la principale riguardava l’ambientazione fantascientifica, post apocalittica del romanzo. Quando un autore di narrativa importante produce un’opera di genere, come in questo caso, si nota come gli editori e i critici si guardino bene dall’evidenziare questa appartenenza. Si ha sempre un po’ paura di affibbiare l’etichetta “Fantascienza”, pare che porti sfiga, che faccia un po’ genere di ripiego.
Per quanto mi riguarda come sapete identificare il genere di un romanzo è un esercizio più o meno inutile. Ma visto che amo molto la fantascienza non mi è dispiaciuto che questo racconto abbia invaso quel campo.

Una cosa che ho notato subito, avendolo letto da poco, è la forte somiglianza dell’idea di base (malattia che stermina solo gli adulti in Sicilia) con il romanzo Anno XIII di Uriel Fanelli, dove avviene più o meno lo stesso, ma con un quadro di evoluzione del male e di sviluppo della storia del tutto diversi. Si tratta di una coincidenza, ma è molto divertente per me vedere come partendo da uno spunto simile due autori diversi arrivano a sviluppare risultati quasi opposti. Nel mondo di Uriel il virus ha anche la capacità di accentuare le mutazioni e dal caos emergono un insieme di nuove razze con le quali in qualche modo il resto dell’umanità dovrà fare i conti. In quello di Niccolò non succede niente di tutto ciò.

In “Anna” il virus e i suoi meccanismi sono un artificio utile a creare una situazione dove immergere i personaggi. Per come la vedo io è solo un dettaglio. Quello che conta poi è la storia che Anna e le persone che le ruotano intorno devono affrontare. Ancora una volta leggendo mi sono chiesto: “Come fa?”. Come fai Niccolò a scrivere dei pezzi che riescono a suscitare in me una tenerezza struggente e insieme a colpirmi lo stomaco come un pugno?

Uno di queste parti volevo leggerla a mia moglie mentre andavamo da qualche parte in macchina, era lei ovviamente a guidare. Ma non sono riuscito perché, lo confesso, a metà mi sono commosso e le lacrime mi hanno impedito di andare oltre.

Può darsi che quel brano, “Cose da fare quando mamma muore”, sia per me particolare, perché il problema del “dopo di noi” per me è importante e presente ogni momento della mia vita. Ma in ogni caso è di queste cose che è pieno il libro. Tenerezza e drammi sconvolgenti. E sullo sfondo, ma non troppo, un messaggio per chi guarda alla morte con troppa attenzione e si dimentica di vivere la vita.

Quindi, tirando le somme, non mi importa se è fantascienza apocalittica o meno, non mi interessa se l’idea dei bambini che si governano nasce forse dal “Signore delle mosche” e me ne frego anche del fatto che di libri su virus che sterminano una parte o tutta l’umanità se ne sono scritti tanti. “Anna” mi ha commosso, fino a farmi piangere, mi ha fatto pensare al senso della morte, all’importanza di vivere una vita piena. Credo che la frase più importante del libro sia l’ultima. No, anzi, non lo credo, ne sono sicuro.



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