Pagine Sporche: 23 maggio 1992


È tarda sera, siamo da poco atterrati a Punta Raisi, poco più di cento persone, un viaggio organizzato per visitare la Sicilia. Non sono mai stato in questa regione, così come molti altri nel gruppo, e nonostante un po’ di stanchezza siamo eccitati e felici.

I nostri accompagnatori ci radunano e dividono in due gruppi, quindi si sale sugli autobus che ci porteranno a Palermo, per la cena e il pernottamento. Il viaggio vero e proprio inizierà il giorno dopo. Il trasferimento non sarà lungo, ci dicono trenta, quaranta minuti.

Il pullman parte e Cinzia, la nostra accompagnatrice, una ragazza bruna, dai lineamenti minuti e dagli occhi vivaci come piccole braci, forse rubate a quel vulcano che più avanti visiteremo, comincia a fare il suo mestiere, intrattenendoci con le prime informazioni sull’organizzazione del viaggio.

Quando siamo in prossimità di Capaci, Cinzia ci avvisa in anticipo. Sul posto saranno visibili due semplici cippi commemorativi, uno su ogni lato della strada, proprio nel luogo dove esplose la bomba. Tutti sembriamo risvegliarci, ci agitiamo nelle poltrone, sussurriamo qualche parola, arriviamo infine al punto fatidico.

Vi capita mai di costruirvi nella mente l’immagine di qualcosa o di qualcuno, o magari di un luogo, e poi trovarvi di fronte all’originale e rimanere senza parole?

Nella mia mente quel tratto di autostrada si trovava in mezzo al deserto, tra campi sconfinati, senza case in vista, dove non passava anima viva. Avevo costruito quell’immagine inconsciamente, seguendo una logica semplice: per un attentato del genere si sceglie un posto dove nessuno ti vede mentre vai a piazzare cinquecento chili di esplosivo. Un posto deserto.

Ma nella realtà non è così, siamo in un punto trafficato, circondato a breve distanza da case, quasi dentro il centro abitato. Un’immagine completamente diversa da quella che avevo in testa. E rimango colpito, perché comprendo che la nostra visione della Sicilia, quella di chi vive altrove, è solo una costruzione della mente, fallace e illusoria. Capisco di non poter capire, e soprattutto di non poter giudicare.

A volte, quando ci si confronta con il dolore altrui, con le difficoltà degli altri, usiamo la frase “posso solo immaginare”. Che cosa stupida da dire. Non possiamo immaginare. È arrogante solo pensarlo. L’immaginazione non è sufficiente, è limitata, è incompleta. Non possiamo immaginare quello che provano gli altri, quindi non possiamo capire.

È solo un attimo, pochi secondi e siamo oltre. Il viaggio che ci porterà in giro per la Sicilia è appena iniziato. Cinzia, che ci seguirà per tutto il tempo, e le guide locali, che di luogo in luogo cambieremo, ci racconteranno il loro amore per questa terra, in una maniera tale che ne rimarremo infetti, perché non si può fare a meno di amare quella gente e quei luoghi, a volte così belli da farti stare male. E dopo quella sera a Capaci, amarli è forse l’unica cosa che posso fare senza sentirmi in colpa.

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