Pagine Sporche: Aspettando Baby Boomers – incipit?


Di seguito quello che potrebbe essere l’incipit del romanzo, o magari una sua versione in bozza, o magari no. Opinioni e sensazioni sul pezzo non solo sono gradite, ma sono desiderate.

Probabilmente da questo frammento capirete che il romanzo ha una struttura su più giornate, una per ogni capitolo, a sua volta suddiviso in piccoli paragrafi dove i personaggi si alternano, almeno nella prima parte della storia, per poi unirsi al momento dell’azione. Questo dovrebbe essere il primo paragrafo del primo capitolo, l’incipit del libro. Sempre che non decida altrimenti…

Fatemi sapere cosa vi fa pensare il pezzo, non solo se vi piace o meno, ma anche cosa vi aspettate da un libro che inizia in questa maniera. Cosa pensate che sia, di cosa pensate che parli, cosa vi aspettereste…

Grazie.

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1. Lunedì

Darling, don’t give me shit
‘Cause I know that you’re full of it
(Kate Nash – The Shit Song)

 

Adele aprì la porta e rimase per qualche lungo secondo a guardare la parete del bagno imbrattata di merda, poi decise che imprecare avrebbe richiesto troppa energia.

Cose così la lasciavano senza parole. Impossibile immaginare chi, tra le persone che lavoravano in quegli uffici, avesse potuto fare una cosa del genere. Impiegati impeccabili nei loro completi grigi che salutavano con gentilezza quando la incrociavano casualmente nei corridoi e funzionari con famiglie perfette, la casa al mare e il conto in banca ben gonfio. Non riusciva proprio a figurarseli dentro il cesso mentre spalmavano quella roba sulla parete. Soprattutto le erano del tutto incomprensibili le motivazioni che potevano spingere un adulto sano di mente a disegnare un fallo sul muro usando la propria merda per vernice e lo spazzolino come pennello.

Scrollò la testa: non aveva importanza. A settanta anni ne aveva viste troppe per potersi davvero alterare. E quella sera aveva ancora qualcosa di ben più importante da fare.

Resistette alla tentazione di fotografare quello schifo e sputtanare l’ufficio intero sui social in internet. Non se lo poteva permettere, neanche ora, nonostante tutto.

Passò una trentina di minuti in quel bagno a ripulire. Aveva impiegato più del dovuto perché lei, bassina e minuta come era, aveva dovuto usare una sedia per arrivare a pulire il muro fino in cima. Il simpatico artista invece doveva essere stato piuttosto alto.

Prima di uscire dal bagno si osservò per un attimo allo specchio. I capelli avrebbero avuto bisogno presto di una tinta. Li portava cortissimi e biondi da sempre, e con l’avanzare degli anni apprezzava ancora di più la praticità di quel taglio.

Prese il carrello e si spostò senza fretta nell’open space adiacente. Molto probabilmente il misterioso Picasso della Merda occupava una di quelle scrivanie.

Qualche anno prima, sospinti da una ventata di modernizzazione e armati con gli slogan della Fratellanza, i massimi dirigenti dell’ufficio avevano deciso di trasformare quell’ala del palazzo in una serie di open space, dove comunque si erano guardati bene dal trasferirsi. Loro malgrado però, alcuni dei manager intermedi, quelli che in fondo producevano molto, ma contavano poco, si trovarono dall’oggi al domani a lavorare senza pareti.

Erano queste le vittime prescelte da Adele.

Cominciò il suo giro come sempre, passando scrivania per scrivania. Non c’era molto da fare: i tavoli più incasinati neanche li toccava, mentre per quelli lasciati abbastanza sgombri dai proprietari bastava una passata di straccio inumidito. Più che altro svuotava i cestini, raccoglieva qualche cartaccia caduta in terra, gettava nel contenitore sul carrello le bottiglie vuote. Dagli oggetti che si trovavano su quei tavoli si poteva capire molto dei proprietari. Qualcuno aveva foto della famiglia, soprattutto dei figli, altri si rifugiavano nel pollice verde, forse l’unica forma di cura cui erano in grado di dedicarsi. Stabilire il sesso e il carattere di chi occupava una scrivania era fin troppo facile per Adele, tranne per quei personaggi che mantenevano il tavolo completamente sgombro, senza tracce, asettico e pulito come fosse un tavolo operatorio. Di questi si poteva dire assai poco, ma di certo lei non ne avrebbe consigliato la frequentazione a nessuno.

Arrivata alla terza scrivania la sua routine cambiò leggermente. Mentre prendeva il cestino manovrò in modo che cadesse, facendone rotolare il contenuto sotto la scrivania. Sbuffando in maniera vistosa si mise ginocchioni per rimediare e, nascosta dal piano della scrivania, allungò la mano dietro al computer che vi era collocato sotto, prelevandone così un minuscolo congegno. Qualche giorno prima, con una manovra diversa, ma altrettanto dissimulata, lo aveva inserito lei stessa in una delle porte USB del PC.

Una volta raccolte cartacce e congegno, con falsa noncuranza gettò tutto insieme nel bidone sul carrello: avrebbe recuperato ciò che le interessava più tardi, al momento di svuotarne il contenuto nei secchioni all’esterno.

Eseguì procedure un po’ diverse, ma con intenti simili, alla quarta e settima scrivania. Anche questi altri congegni elettronici, che aveva piazzato nei giorni precedenti, finirono così insieme al primo. Era a conoscenza della presenza di telecamere di sorveglianza nell’ufficio, che di certo la stavano riprendendo, ma agendo in quel modo nessuno avrebbe sospettato niente, anche avesse esaminato il filmato. A casa, più tardi, avrebbe verificato se la sua pesca digitale avesse dato buoni frutti.

Sogghignò al pensiero: non aveva alcun dubbio sul risultato positivo dell’operazione.

 

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