Pagine Sporche: Intervista tra amici


Noi autori self abbiamo il vizio di raggrupparci, forse per farci reciprocamente coraggio.

Tra i tanti gruppi sono capitato in quello degli Scrittori Pionieri, presente su Facebook, e, da qualche tempo, anche su G+. È un gruppo di gente simpatica, che scrive a livelli molto diversi, generi letterari dei più disparati e con risultati di vendite molto differenziati.

Quello che ci accomuna è il piacere di scrivere.

Abbiamo deciso qualche tempo fa di leggerci a vicenda, e quindi intervistarci l’un l’altro. Questa settimana è stato il mio turno nel ruolo di intervistato, e devo dire che è stata un’esperienza divertente. Naturalmente alla base dell’intervista c’era il piccolo volume che ho pubblicato: Madre Terra.

Ecco il risultato di questa particolare intervista tra autori. Colgo l’occasione per ringraziare tutti i partecipanti all’intervista in particolare Concetta che è una vera e propria animatrice per il gruppo. 

Naturalmente se vi venisse voglia di fare anche voi qualche domanda, non avete che da utilizzare i commenti a questo post.

  • Concetta D’OrazioMario, la tua raccolta comprende tre racconti: qual è il filo conduttore che li accomuna?

  • Mario Pacchiarotti Ciao Concetta, grazie per la domanda che è molto interessante per me, perché fino a poco tempo fa non mi ero posto il problema. Non c’è infatti una volontà cosciente da parte mia di creare un collegamento tra i racconti, anche considerando che tra i primi due e l’ultimo ci sono molti anni a separarli.

  • Tuttavia, quando Simona Gauri, la ragazza che ha curato la traduzione dei racconti in inglese, ha scritto per me la sinossi e la prefazione, le sue note mi ha fatto notare alcuni tratti caratteristici che si ripetevano in ogni racconto: è sempre una figura femminile a rappresentare in qualche modo l’elemento che attiva il cambiamento; c’è sempre la rottura di un equilibrio nelle vite dei protagonisti, in favore di un nuovo modo di vivere.

 

  • Roberto Bonfanti Ciao Mario, come hai detto tu, fra i primi e l’ultimo racconto che hai scritto per questa raccolta sono passati vari anni. Nel frattempo hai scritto altro o hai avuto un blocco creativo? Se è così c’è stato qualcosa di particolare che ti ha fatto riprendere in mano la penna, pardon, la tastiera?

  • Mario Pacchiarotti Nessun blocco creativo, mi sono sempre ritrovato in testa una quantità enorme di storie. Sono un tipo che prende sonno lentamente e ho l’abitudine di fantasticare prima di addormentarmi, costruendo racconti, magari riprendendoli di sera in sera, per poi abbandonarli e dimenticarli. Ma scrivere è tutt’altra cosa, ho sempre ammirato chi aveva questa capacità.

  • Fino a poco tempo fa non ho sentito il “bisogno” di scrivere, mi accontentavo di giocherellare con le mie storie. Qualche volta le raccontavo agli amici (i miei colleghi conoscevano la storia di Papa Giuseppe prima che io decidessi di scriverla).

  • L’evento scatenante è stato l’arrivo del Kindle in Italia. Ho visto decine di autori sconosciuti pubblicare, ho comprato il Kindle, ho comprato il primo e-book: Pan di Francesco Dimitri, e l’ho trovato davvero molto buono. E’ un po’ colpa sua se ho deciso di trasformare le mie fantasticherie in scrittura.

 

  • Giovanna Barbieri Il tuo stile, nel corso degli anni, ha subito cambiamenti importanti?

  • Mario Pacchiarotti Ciao Giovanna, immagino di sì, ma forse siete voi quelli più adatti a valutarlo. I primi due racconti sono degli anni novanta e sono stati modificati in maniera minima durante l’editing. L’ultimo è stato scritto lo scorso anno. Di certo sto cambiando anche in questo periodo, perché l’atto stesso di scrivere e rileggere quello che si è scritto ti porta in maniera naturale a modificare il tuo stile. In questo momento sto affrontando il problema del passaggio dal racconto al romanzo.

  •  

  • Cristina Bergomi Ciao Mario, ti sei ispirato a qualcuno per i tuoi personaggi o sono interamente frutto di fantasia?

  • Mario Pacchiarotti Un’abbraccio a Cristina, che mi ha emozionato con il suo racconto. Credo che ci si ispiri sempre un poco a persone conosciute o personaggi pubblici o storici, o comunque a qualche suggestione che deriva dalla nostra esperienza.

  • In Madre Terra non ci sono personaggi che hanno origine nella vita reale, ma è la storia stessa che nasceva dalla mia vita: era da poco arrivata a casa una bambina in affidamento, quindi il tema della maternità e dell’affido.

  • In La Strada invece c’è un collegamento diretto con l’esperienza negativa che alcuni conoscenti avevano con le loro separazioni. Raramente mi era capitato prima di vedere persone così scosse, devastate da un rapporto che da amore diventava quasi odio. Il racconto cerca di lanciare una speranza per chi si trova in fondo a un baratro: a volte la vita cambia in meglio in maniera improvvisa e inspiegabile.

  • Infine nel Papa Nuovo ci sono molti aspetti. Il tema stesso della fede, che mi interessa in maniera particolare. Ma anche molti personaggi hanno radici nel reale. I cognomi dei cardinali sono quelli delle principali famiglie del paese da cui provengono i miei genitori. Suor Paola esiste davvero, è bellissima dentro e fuori e mi sembrava perfetta come ispirazione per un personaggio altrettanto bello. In realtà ogni personaggio del racconto ha qualche aspetto che appartiene alla mia esperienza.

 

  • Giovanna Barbieri Com’è passare al romanzo? Come riesci a dedicarti a famiglia, lavoro e altri impegni?

  • Mario PacchiarottiGiovanna, come direbbe mio zio: gli scrittori sono quelli che vivono della loro scrittura, noi siamo solo “scriventi”.

  • Il tempo che posso dedicare alla scrittura è limitato, e concentrato in genere nelle ore più tarde della serata. Durante la giornata lavoro, e al massimo posso dare un’occhio ai social di tanto in tanto. Poi ci sono gli impegni familiari, e per ultimo vengono i divertimenti personali. E scrivere per me è puro divertimento. Quindi forse la risposta è che, no, non si riesce a conciliare famiglia, lavoro e scrittura. Non per chi è “scrivente” e non scrittore.

  • Passare al romanzo per me è difficile, in parte proprio per la mancanza di tempo. La prima stesura di un racconto breve per me è sempre stata questione di poche ore. Ma un romanzo, per quanto la storia possa essere tutta fissata nella mia mente, ha bisogno di essere impostato, progettato quasi. I personaggi, che nel racconto possono essere anche secondari alla storia, nel romanzo diventano predominanti.

  • Ho quindi cercato di “appoggiarmi” a qualche metodo, ma con buon senso. Partendo dallo snowflake ho ricavato un mio modo personale di impostare e strutturare il racconto, molto meno dettagliato del sistema originale. Lo sto ora utilizzando per una storia molto strana che dovrebbe diventare un romanzo breve.

 

  • Wirton Arvel Innanzitutto complimenti, a me i racconti e le ambientazioni sono sembrati più un pretesto per parlare delle emozioni e dei sentimenti dei personaggi e per dar loro voce; quindi del tutto arbitrari e pensati più per ambientare il lettore che non i protagonisti e poi una volta portati i lettori nella storia, farli emozionare con il contenuto reale, con il messaggio/morale che si voleva esprimere. E’ solo una mia impressione?

  • Mario Pacchiarotti Ciao Wirton, non è sempre così? Il racconto non è sempre niente altro che il contenitore per racchiudere un messaggio, oppure puntare il dito su un’emozione, un problema, qualcosa comunque che ci colpisce? Nel mio caso cerco di portare dei messaggi, vero, ma anche e soprattutto di porre domande, alle quali ognuno deve dare la sua risposta.

 

  • Concetta D’Orazio Quindi, Mario, gli elementi di continuità tra i racconti esistono anche se non sono stati inseriti volontariamente. Giusto? Una sorta di coincidenza oppure le dinamiche interne alle tue storie rispecchiano, in maniera chiaramente immaginaria e lontana dalla realtà, un tuo modo di essere o di concepire l’esistenza?

  • Mario PacchiarottiConcetta credo sia più il risultato dell’essere stati scritti da me. Penso che le storie che uno crea siano sempre un riflesso di quello che ci passa per la testa. A volte può essere qualcosa di specifico, e quindi la volontà dell’autore è consapevole nel cercare di raggiungere un certo scopo (come mi sta capitando con uno dei lavori che sto portando avanti ora, Abel Legacy, titolo provvisorio), altre volte invece può capitare di voler descrivere delle emozioni, senza nemmeno giudicarle, proprio perché sono controverse ed è difficile collocarle anche all’interno di noi stessi (e questo, se mai lo finirò, sarà il clima di Baby Boomers).

 

  • Roberto Bonfanti Quindi, Mario, se non ho capito male, senza l’attuale possibilità di essere editori di se stessi (altro modo per definire i self publisher), tu non avresti mai pensato di scrivere, pubblicare, promozionare, fare comunella con altri visionari come te, discutere del sesso degli angeli, spaccare il capello in 4 ecc. Ma pensa quante beghe ti saresti risparmiato!  Sto scherzando, ovviamente. Ma la considerazione è seria: in altri tempi non saresti diventato scrittore, giusto?

  • Mario PacchiarottiRoberto hai proprio ragione, senza il self publishing non avrei mai provato a scrivere, figuriamoci inviare un manoscritto a un editore. Sono una persona con una discreta dose di autostima e so che posso riuscire a ottenere risultati discreti in quasi ogni campo in cui mi impegno, ma sono anche molto realista.

  • Il self è stato per me come andare a mangiare a mensa: potevo provare piatti nuovi senza offendere mia madre sputandoli nel piatto. Con l’auto pubblicazione posso provare e sperimentare, vedere che effetto fanno le mie cose su chi le legge, senza però coinvolgere in questo tentativo troppe risorse esterne, e senza troppi filtri tra me e chi legge.

 

  • Nathan K. Raven Ciao, Mario. Parliamo un po’ della struttura del tuo lavoro: tre racconti non omogenei, quasi tre visioni pur così distanti nel tempo. Eppure in qualche modo sanno conquistare una dimensione unitaria all’interno dell’opera. Quanto hai sperimentato in tal senso?

  • Mario PacchiarottiNathan confesso di averci pensato molto poco. Inizialmente volevo pubblicare solo i primi due, poi mi sono ritrovato a scrivere il terzo. Mentre iniziavo il quarto ho deciso fermarmi e pubblicare, cosa che mi ha richiesto un po’ di lavoro, essendo tutto nuovo per me.

  • Una delle difficoltà è stata scegliere il genere in cui inserire i miei racconti. Io ho sempre pensato a quello che scrivo come fantascienza, o fantastico, se vuoi. Ma temo che molti lettori non sarebbero d’accordo.

  • Se dovessi inventare una categoria, metterei in evidenza il sogno: tutti nascono da eventi poco reali, quasi come accade nei sogni, dove siamo disponibili ad accettare qualsiasi invenzione della nostra mente come reale.

 

  • Wirton Arvel Ci sono autori che stimi particolarmente? Libri che vorresti aver scritto tu?

  • Mario Pacchiarotti Non mi basterebbe la giornata per elencarli.

  • Amo particolarmente Ursula Le Guin, libri come La mano sinistra delle tenebre e Quelli di Annares sono capolavori e mi piacerebbe molto essere in grado di focalizzare i contrasti umani come fa lei.

  • Poi ci sono decine di grandi autori di fantascienza che apprezzo, da Asimov a Vance e tanti altri. Amo Pratchett per la leggerezza con cui ha costruito i suoi mondi.

  • Degli italiani posso citare Calvino, Eco, Ammaniti.

  • Ma mi fermo perché i nomi sarebbero tanti. Dico solo che mi piacciono gli autori che non hanno paura di mettere in crisi il lettore ponendolo di fronte a interrogativi a cui dare risposta non è semplice.

  • Alla domanda quale libro ti piacerebbe aver scritto, rispondo così:

  • quando da bambino ho finito il mio primo libro, ho immediatamente capito che volevo leggere ancora e ancora.

  • Ecco, vorrei poter scrivere un libro che dia quella sensazione a qualcuno, che gli riempia il cuore del desiderio di leggere ancora.

 

  • Nathan K. Raven Nell’accostamento dei 3 racconti ho notato in effetti tracce del multi genere: per questo parlerei di sperimentazione, perché il genere non lo definirei fantastico o fantascientifico in senso stretto, ma qualcosa che riesce a comprendere elementi di entrambi pur andando verso una direzione eclettica.

  • Infatti nel terzo racconto compare addirittura il tema della fede. Considerate le differenze, in primis di lunghezza, è stato voluto l’inserimento di quest’ultimo racconto come predominante? Il tema della fede ti è caro a livello personale? Lo ritieni preponderante?

  • Mario Pacchiarotti Beh per cominciare per me tutto è sperimentazione, perché nonostante l’età sono agli inizi nella mia esperienza del comunicare attraverso il racconto. E confermo che non riesco a rimanere all’interno di un genere, anzi a volte faccio fatica a dare un’etichetta a quello che scrivo.

  • Il terzo racconto domina perché è quello scritto recentemente, quindi per forza di cose quello che mi è più vicino.

  • Il tema della fede mi interessa molto, io non sono credente, e sono attirato dal tema religioso, è uno dei motori che hanno fatto la storia dell’umanità. Tornerò di sicuro a inserirlo nelle mie storie in un modo o nell’altro. Magari non in maniera così centrale.

  • Sì, tutto il racconto nasce dalla voglia di analizzare il particolare meccanismo della fede nell’uomo. Se fai caso i personaggi che hanno fede, non riescono a credere al mistero, mentre quello che non ce l’ha, fatica di meno ad accettare quello che accade, perché non deve trovare per forza una ragione. La complessità della fede nell’uomo, quello mi interessava, non volevo dimostrare che è giusto credere o meno, ma più che altro che è un meccanismo complesso e molto difficile da inquadrare.

 

  • Nathan K. Raven Il primo racconto, Madre Terra, porta alla luce e ribalta un argomento attuale: la sovrappopolazione. Qual è il ruolo della ricerca genetica e dell’esplorazione di nuovi mondi da terraformare e popolare?

  • Mario Pacchiarotti Beh io dopo il liceo volevo fare ingegneria genetica, ma purtroppo esisteva solo a Pisa. Puoi quindi immaginare quanto mi interessi il tema. Credo che la genetica, e in particolare la manipolazione genetica dell’uomo, sia non solo importante per poter affrontare lo spazio, ma anche per la sopravvivenza stessa della nostra specie su questo pianeta. In molte popolazioni stiamo aggirando la selezione naturale. Questo è un fatto positivo, ma prima o poi qualcuno dovrà fare il lavoro che il filtro della selezione non svolge più.

  • Casualmente hai toccato un tema che è presente in uno dei racconti che sto scrivendo ora, e ti dico: non sempre modificare l’ambiente (terraforming) è la soluzione giusta per sopravvivere, in fondo l’evoluzione non è altro che l’adattamento dell’uomo all’ambiente, non il viceversa.

 

  • Concetta D’OrazioMario, una domanda al volo: cosa faresti (o cosa saresti) se non esistesse il selfpublishing?

  • Mario Pacchiarotti Avrei tempo di leggere di più.

  • Wirton Arvel Mario grazie delle risposte, aspetto di poter leggere presto i tuoi nuovi lavori

  • Mario Pacchiarotti Grazie a tutti voi.

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